Arte e pratiche di soggettivazione in Africa nel periodo post-indipendenza
Tra il 1990 e il 2010,gli artisti legati all’Africa hanno vissuto l’avvento di internet, la globalizzazione e nuove forme di influenza imperiale. Attraverso le loro opere, dall’espressione afro-femminista alle critiche dei cliché identitari, questio hanno dato vita a modi inediti di rappresentare libertà, memoria e appartenenza.
Questa lezione si concentra sul periodo 1990-2010, esplorando il lavoro di artisti africani all’inizio dell’era di internet, nel pieno della retorica della globalizzazione e in un contesto in cui diverse regioni del mondo affrontavano forme complesse di neo-imperialismo. Artisti come Ghada Amer, Mmakgabo Helen Sebidi, Seyni Awa Camara e Wangechi Mutu mostrano la varietà dell’espressione afro-femminista. Berry Bickle, Yinka Shonibare, Malala Andrialavidrazana e Meshac Gaba mettono in discussione i tropi dell’identità africana evidenziandone contraddizione, complessità, sincretismo e ibridismo. Allo stesso modo, le opere di Belkys Ayón, Mary Evans, Samuel Fosso e Luis Meque non si limitano a una geografia precisa, ma dialogano con una più ampia coscienza globale nera. Mettere in discussione i canoni dominanti della storia dell’arte è al centro della pratica di Kiluanji Kia Henda, Kamala Ibrahim Ishaq e Jelili Atiku, sostenuta da approcci pedagogici che rifiutano di porre al centro il canone occidentale. Cosa accade quando un’utopia viene rimandata? Analizzeremo come Tracey Rose, Moshekwa Langa, Senzeni Marasela, Zineb Sedira e Mouna Karray affrontano il senso di smarrimento post-liberazione nelle loro opere. Concetti come libertà, lotta e post-colonialismo hanno avuto significati diversi nel tempo, persino all’interno dello stesso periodo storico. In risposta alle sfide portate dalla conquista dell’indipendenza, si sono create comunità di artisti attraverso iniziative come Gugulective, blaxTARLINES Kumasi, Gwanza e Invisible Borders Trans-African Photographic Initiative, diventate luoghi di indagine critica collettiva. Allo stesso tempo, artisti come Amina Agueznay, Tapfuma Gutsa e “Madame Zo” Zoarinivo Razakaratrimo hanno sviluppato pratiche che valorizzano la collettività e riflettono sull’ambiente. Pur affrontando questioni socio-politiche del loro tempo, altri artisti hanno scelto deliberatamente di non farlo, sollevando la domanda: fino a che punto creare arte sul quotidiano può essere una forma di resistenza? Akinbode Akinbiyi, Cheri Cherin e la Kinshasa School, insieme a Magdalene Odondo, ricordano che esistono opere che sfidano la pressione storica sugli artisti africani di concentrarsi esclusivamente su lotta e resistenza.
25 marzo 2026 - Dalle 18:00 alle 20:00 (CET)
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