La costruzione del modernismo del secondo dopoguerra tra eurocentrismo e decolonizzazione
Nel contesto delle tensioni della Guerra fredda, artisti in Europa e negli Stati Uniti si sono rivolti all’astrazione, alla sperimentazione dei materiali e alla cultura di massa per orientarsi in un mondo diviso, facendo emergere convergenze inattese al di sotto delle contrapposizioni ideologiche.
La decolonizzazione dell’arte moderna non può limitarsi all’inclusione progressiva di regioni finora marginalizzate al di fuori dell’Occidente. Una critica delle dimensioni coloniali del modernismo deve interrogare anche le fratture coloniali interne alle società, alle culture e ai mondi dell’arte occidentali. Occorre chiedersi quale rapporto esista tra l’Espressionismo astratto e il movimento per i diritti civili, e in che modo le migrazioni postcoloniali abbiano trasformato il panorama artistico in Inghilterra o in Francia negli anni Cinquanta e Sessanta. Durante la Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi, artisti, critici e istituzioni bianchi e neri elaborarono concezioni differenti di modernismo. Come mostra questa lezione, con particolare attenzione all’Europa occidentale e al Nord America, le questioni di forma ed espressione, di astrazione o realismo, non furono le uniche al centro del dibattito. Negli Stati Uniti, critici come Clement Greenberg, musei come il MoMA e artisti quali Ad Reinhardt, Hale Woodruff e Loïs Mailou Jones si confrontarono anche con la costruzione di genealogie specifiche dell’arte moderna, finalizzate a legittimare le proprie idee di arte avanzata contemporanea. Seguendo il lavoro artistico e l’impegno culturale del pittore Norman Lewis, che si muove tra un’astrazione “universalista” e l’antirazzismo, si esaminano inoltre le politiche estetiche e le lotte istituzionali di artisti afro-asiatici come Rasheed Araeen, Frank Bowling e David Medalla nel Regno Unito del secondo dopoguerra.
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